La crisalide: Stefano Cianti o dell’artista in bilico.

paniL’uomo e le sue attività
Ceramista, scultore e pittore, decoratore di interni, di vetrate per chiese, e performer (con altri artisti, come Andrea Piccioni, percussionista di fama mondiale), Stefano Cianti non è un “uomo tranquillo”. La sua azione diventa compulsiva davanti a qualunque cosa gli permetta tracciare una linea, nucleo rappresentativo di un oggetto, paesaggio o figura umana. È così che il tovagliolino del bar diventa una superficie ideale per disegnare, con l’aiuto del cucchiaino, ancora sporco di caffè, il ritratto rapido (e preciso) di chi è seduto davanti, o vicino a lui. Tanto per dire.

L’inquietudine
Questo basta per intendere che c’è, nell’opera di Stefano Cianti, qualcosa che crea difficoltà a chi si mette “all’ascolto” della sua poetica. E bisogna pur che ce ne sia una per stabilire un dialogo! Perché una cosa è sicura: Stefano Cianti è un Artista, (la maiuscola è d’obbligo). Lo è, prima di tutto, per il controllo dei semantemi che configurano il suo “fare” artistico. Chi lo ha visto in azione nelle sue performance lo sa bene: la sua mano, sollecitata dalla musica, dalla poesia o dalla danza, si muove rapida, determinata e precisa, facendo apparire e scomparire forme che si susseguono l’una all’altra creando stupore, ammirazione e sorpresa fra gli assistenti. Ed è così che un segno privo di senso si trasforma, senza che lo spettatore se ne avveda, nel volto e nel corpo di una giovane donna e, un momento dopo, la stessa immagine si traforma in un paesaggio che fa da sfondo ad altre figure. È artista per il coraggio che dimostra nell’uso (a volte spregiudicato) dei colori: il suo cromatismo insiste con magnificenza sull’azzurro, il rosso e il giallo. Colori che farebbero tremare molti diventano rassicuranti, sotto il giuoco sapiente della sua ampia pennellata, mentre esaltano forme e volumi. È artista quando realizza ritratti (per giuoco o su richiesta) cogliendo non solo la “somiglianza” (cosa che, nonostante le migliaia di ritrattisti, non è scontata), ma soprattutto le caratteristiche del soggetto, facendo del segno uno strumento di indagine psicologica. È artista quando ricerca tematiche per dare sfogo alla sua sensibilità e creatività, come per i pastelli dedicati ad Alberto Sordi e ad alcuni suoi film come “Il Marchese del Grillo”. Ed è artista quando si cimenta con le difficili tecniche della ceramica, producendo oggetti che sorprendono per la loro bellezza.

Il filo della crisalide
Eppure, ci sono alcuni “segni” del linguaggio di Stefano Cianti che inquietano. Si tratti di opere grafiche, sculture o ceramiche, alcuni elementi insistono in modo significativo nelle sue realizzazioni. Sono sfilacciamenti, linee che avvolgono e accompagnano forme e volumi. Metafora (o rappresentazione inconscia) di fili di seta di una crisalide che si è rotta, è vero, ma che nonostante tutto continua ad avvolgere figure in movimento o in riposo. Spirali, fili e resti di un bozzolo che sembrano voler ancora rinchiudere le forme che si stagliano nitide nel quadro, o, forse, si tratta di immagini ancora indecise se abbandonare, o no, quel bozzolo di emozioni, di sentimenti, dal quale, purtuttavia, sono nate. Punto di indecisione, equilibrio precario che seduce per la difficoltà di sostenerlo. Tornano alla mente le parole di Antonio Gramsci (“Lettere dal carcere”) su Leopardi “(in lui c’è) la crisi di transizione……; l'abbandono critico delle vecchie concezioni……….senza che ancora si sia trovato un ubi consistam……….nuovo, che dia la stessa certezza di ciò che si è abbandonato”. Mutatis mutandis, c’è nell’opera di Stefano Cianti qualcosa di analogo, relativo alla difficoltà di trovare questo punto di certezza che permetta un abbandono definitivo di ciò che è stato “prima”. Così deve intendersi, al lato degli “sfilacciamenti”, la presenza di “colature di colore”, ad indicare il divenire dell’opera, la sua fragilità giuocata sul filo del rasoio, limite fra il già realizzato, e ciò che avrebbe potuto essere e (fortunatamente? sfortunamente?) non è stato, non è successo, perchè l’abilità tecnica di un Maestro d’Arte ha saputo riprendere, al momento giusto, la via del rappresentabile, diventato ormai rappresentato. Ma, tralasciando le realizzazioni di decorazione d’interni (artigianato sottile, rappresentativo di un certo “gusto del pubblico”), fa riflettere il fatto che questi elementi non appaiano nell opere astratte di Stefano Cianti.

L’artista in bilico
Al contrario in queste opere (troppo poche, per la verità) si assiste all’apparizione dell’artista ormai liberato dai legacci che lo stringono a ciò che ha appreso dall’arte “classica” con le sue proporzioni, le sue sfumature o i suoi volumi. Appare una poetica della luce che si rivela nel giuoco sapiente di masse di colore, di pennellate compatte e decise, nelle trasparenze di un supporto come il vetro, e una poetica della forma che non deve nulla a nessuno, a parte la propria sensibilità: la farfalla ha abbondato la sua crisalide, senza che ciò contraddica nessuna delle forme di espressione usate. Le realizzazioni astratte, al contrario di ciò che la definizione suggerisce, rappresentano nell’universo pittorico di Stefano Cianti un elemento di straordinaria concrezione: quello di una decisione già presa, di un percorso conosciuto e praticabile che non impedisce, anzi esalta, il movimento. Quello stesso della farfalla che ha spiegato le sue ali:

"La farfalla
cambia dimora sul salice
ad ogni soffio di vento.
Basho"
Haiku (Giappone, XVII secolo)

Gianfranco Pani

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